La multidisciplinarietà ha un valore notevole nello sviluppo del giovane atleta. Da letture fatte, ho riscontrato che nel corso degli ultimi vent’anni lo sport giovanile ha subito una trasformazione profonda. Sempre più spesso bambini e bambine in età compresa tra i sei e i quattordici anni vengono indirizzati verso percorsi di specializzazione precoce. Purtroppo la logica dell’efficienza, della performance e del risultato ha invaso anche l’età evolutiva, dimenticando che la crescita è un valore molto importante e non bisogna mai dimenticare che essa non è una linea retta, ma un processo complesso. Reputo la multidisciplinarietà una necessità biologica, educativa e formativa. Pertanto sta ad indicare che offre ai giovani atleti una varietà di stimoli motori, cognitivi, sociali e ambientali, con l’obiettivo di formare il corpo e la mente in modo completo, sostenibile e armonico. Diverse ricerche hanno testimoniato che la specializzazione precoce, soprattutto prima dei dodici anni ha generato una serie di danni; quali gli infortuni da sovraccarico, burnout motivazionale, abbandono dello sport, ecc…. Ritengo che tutto questo possa essere una delle cause di perdita irreversibile di competenze trasversali, che avrebbero potuto formarsi attraverso la varietà: gli schemi motori di base, le capacità coordinative generali e speciali. Personalmente in qualità di addetto ai lavori credo che, sempre di più dovremmo porci la domanda: quale atleta vogliamo formare? Quello che vince a dodici anni o quello che sa ancora muoversi, orientarsi, divertirsi, apprendere e competere anche in età adulta? Inoltre sempre in considerazione di addetto ai lavori, spesso noto che nei contesti sportivi giovanili si confonde la prestazione momentanea con il processo di apprendimento, pertanto un bambino che eccelle oggi in un gesto tecnico non necessariamente ha consolidato abilità motorie stabili e trasferibili. L’apprendimento motorio è un insieme di processi associati con l’esercizio o l’esperienza che possono determinare un cambiamento relativamente permanente nella prestazione. In conclusione la multidisciplinarietà significa andare oltre il semplice praticare diverse attività sportive. Non si tratta di accumulare esperienze caotiche, ma di progettare un sistema coerente di svolgere discipline sportive: sviluppare l’atleta prima del giocatore/la persona prima della prestazione. In sintesi la multidisciplinarietà è un insieme di punti chiave, quali integrare esperienze motorie diverse, stimolare il variare di stimoli neuromuscolari e cognitivi, lavorare su pattern motori ricchi, riduce le pressioni del confronto precoce, favorisce ambienti meno competitivi e più formativi.
Concludo col dire che la multidisciplinarietà è uno strumento di equità; permette di aspettare il talento vero, inteso come quella dote naturale e posseduta, più profonda di un’attitudine, che matura più lentamente ma con radici profonde.
Pertanto si invitano i genitori, tecnici e educatori a non avere l’ossessione del podio, ma il coraggio della pazienza. Lasciare che i bambini/e giochini, si sporchino, sbaglino. Lasciare che siano liberi di sentire il proprio corpo in movimento, in equilibrio, in relazione con gli altri. Solo così, un giorno, potranno diventare atleti completi, capaci di adattarsi, reagire, creare. O forse, ancora più importante, potranno diventare adulti felici, consapevoli, liberi di scegliere davvero chi essere.
Prof. Stefano D’Alterio
Docente di Scuola Secondaria di Primo Grado
Preparatore Fisico di 2° Grado per il Tennis – F.I.T.P.
Allenatore di Calcio UEFA B – F.I.G.C.

